Tutta la redazione del blog "Onore e fedeltà" si stringe attorno ai familiari e conoscenti del Paracadutista Eugenio Nigro, morto tragicamente nel tentativo di spegnere un incendio scoppiato nella tenuta di famiglia. Ciao Eugenio e... Folgore!
mercoledì 8 agosto 2007
CASCHI BLU ITALIANI DOMANO UN INCENDIO IN LIBANO
Caschi blu italiani dislocati a Marakah, hanno contribuito a domare un incendio divampato in un’area compresa tra Jwayya e Al Majadel.Il fuoco, appiccato da alcuni contadini per bruciare delle sterpaglie, si è rapidamente allargato a causa del forte vento ed è sfuggito al controllo degli uomini. Le fiamme hanno rapidamente divorato una considerevole zona di alberi di ulivo e da frutta, raggiungendo la strada che congiunge l’abitato di Jwayya e Al Majadel, lambendone alcune abitazioni e minacciando anche una stazione di servizio carburanti. Il pronto intervento di unità dell’esercito libanese e dei Vigili del Fuoco locali, ha inizialmente rallentato la progressione del fronte delle fiamme. L’intervento dei paracadutisti italiani, dislocati nella base di Marakah, ha però consentito di domarlo definitivamente. I paracadutisti, intervenuti con le loro autobotti, hanno rifornito direttamente sul posto i mezzi dei Vigili del Fuoco che necessitavano di una ingente quantità di acqua.Il capitano Marco Santamarianova , comandante la compagnia paracadutisti che è intervenuta, è stato ringraziato dal comandante dei Vigili del Fuoco che gli ha espresso parole di compiacimentoe gratitudine, dicendosi onorato di aver potuto vedere “all’opera” gli italiani. PARACADUTISTA DI LEVA MUORE NELLO SPEGNIMENTO DI UN INCENDIO
Cosenza-Era intervenuto, coraggiosamente e senza risparmiarsi, per spegnere l'incendio che minacciava il terreno agricolo di proprietà della famiglia, poi si è sentito male probabilmente a causa delle esalazioni di fumo ed è stato avvolto dalle fiamme che lo hanno carbonizzato. E' morto così Eugenio Nigro, 21 anni, militare che prestava servizio al Centro di addestramento di paracadutismo della Folgore. Suonava nella banda. Si trovava in licenza da pochi giorni, avrebbe dovuto trascorrere qualche giorno , ma si è trovato in una situazione impossbile.Le fiamme iniziano a svilupparsi nel primo pomeriggio sul costone opposto della collina. Eugenio Nigro interviene insieme al padre Salvatore, allo zio e al cugino per arginare il rogo prima che giunga alle piante di ulivo che si trovano sui terreni di loro proprietà. Il vento cambia improvvisamente e si avvicina con rapidità al campo agricolo. I quattro lavorano a gran ritmo, sparsi per un intervento più efficace. Ogni tanto alzano lo sguardo per controllare che tutto proceda bene. Ad un certo punto, però, all'ennesimo sguardo, spuntano solo tre teste. Eugenio non si vede. Iniziano a chiamarlo ad alta voce, ad urlare il suo nome, ma lui non risponde. Intanto l'incendio avanza impietoso. Parte l'allarme e le ricerche si fanno sempre più convulse fino a quando il suo corpo viene trovato in mezzo alle fiamme. Ha ancora le mani vicino al viso come in un ultimo, disperato, tentativo di pararsi dal fuoco. Quando, dopo molte ore, i vigili del fuoco con l'ausilio dei mezzi aerei riescono a spegnere il rogo lì intorno e si avvicinano, la scena è orribile. Il corpo del giovane è carbonizzato, in mezzo a quegli alberi che avrebbe voluto salvare. "Era entusiasta della vita militare. Aveva partecipato all'ultimo concorso per accedere alla scuola Sottufficiali dell'Esercito ed era in attesa dei risultati", dice l'addetto stampa del Centro, il Ten. Roberto Pagni. Terminati gli studi di Ragioneria, aveva seguito una vecchia passione, decidendo di partire volontario nei paracadutisti. Ma Eugenio aveva anche una sorpresa in serbo per la famiglia: si sarebbe presto iscritto a Economia e commercio. "Oltre all'incolmabile vuoto che il caporale Nigro lascia per la sua famiglia, grande è il cordoglio di tutto il personale del Capar - dice il ten Pagni- il Comandante e tutti i suoi paracadutisti esprimono, oltre al dolore per la perdita del collega, il loro sentimento di vicinanza alla famiglia Nigro"mercoledì 1 agosto 2007
LE AREE DI CRISI IN CUI OPERANO MILITARI ITALIANI
AFGHANISTAN
E' il teatro operativo più a rischio. Secondo i servizi "non mancano indicatori di pericolosità nelle aree di responsabilità del nostro contingente: sono state ricevute molte segnalazioni di piani ostili tanto a Kabul che nella provincia occidentale di Herat", dove-continua la relazione- "si è registrato un sensibile incremento dei profili di rischio in ragione dell'afflusso di elementi jihadisti e talebani dalla provincia meridionale di Helmand". Vengono inoltre definite "di rilievo, le segnalazioni sulla crescente attività delle formazioni anticoalizione nella provincia di Farah, contigua a quella di Herat. A Farah - scrivono i Servizi - si registra l'afflusso di ribelli dalle province meridionali ed orientali, su cui si è andata stringendo la morsa delle Forze governative e Nato". Nelle province di Farah ed Herat, sotto il comando italiano, nel primo semestre 2007 si sono verificati "16 eventi terroristici significativi". In crescita, rispetto al passato."I fattori di minaccia per la missione Isaf sono destinati ad aumentare, con un persistente analogo livello di rischio per il contingente italiano".
LIBANO
La relazione accenna ad un "accentuato interesse del jihad globale a penetrare quella scena, facendo perno sulla vulnerabilità dei campi profughi". Sarebbe in atto "una strategia che pare focalizzarsi sulla diaspora palestinese e che comporta un'accentuata esposizione a rischio proprio di Unifil 2", la missione a guida italiana.
BALCANI
Qui non si sono registrati "episodi evidenti di ostilità nei confronti delle Forze multinazionali, pur a fronte di perduranti tensioni interetniche, dell'attivismo di talune organizzazioni fondamentaliste islamiche e del rischio della presenza di elementi jihadisti". I servizi guardano tuttavia con particolare attenzione al KOSOVO dove "si sono moltiplicate le segnalazioni che attestano la prontezza operativa delle formazioni estremiste armate albano-kosovare. Il dispositivo intelligence ha pertanto garantito, in continuità con il passato, un accurato monitoraggio delle realtà più sensibili al fine di prevenire ogni possibile minaccia nei confronti del contingente italiano, impegnato principalmente nella difesa dei siti religiosi ortodossi (Pec, Decani, Goradzevac)".
BOSNIA-ERZEGOVINA
Il Sismi ha colto "profili di rischio". In quest'ultimo caso "connessi alla crescente intransigenza tra i settori più estremisti delle componenti musulmana e serba".
IRAQ
La missione Antica Babilonia si è conclusa a fine 2006, ma il Sismi continua a "garantire protezione agli italiani rimasti" sul posto. "In particolare - si legge - è stata assicurata copertura informativa al personale nazionale posto alla guida del Provincial Reconstruction Team del Dhi Qar ed a quello impegnato nei settori accademico ed umanitario".
mercoledì 25 luglio 2007
LA COMMOVENTE STORIA DEL CAPORALE WIENS E DEL SUO CANE COOPER MORTI IN IRAQ
«Hanno vissuto insieme, hanno lavorato insieme, hanno dormito insieme come spesso accade nei teatri di guerra, hanno condiviso i giorni di riposo». E sono morti insieme. Per questo li hanno sepolti nella stessa tomba nel cimitero di Salt Creek, a Dallas, Oregon. Il caporale Kory Wiens e «sergente» Cooper sono saltati per aria il 6 luglio a Muhammad Sath, Iraq. Erano in pattuglia a caccia di ordigni nascosti. Una di queste trappole esplosive - conosciute come Ied - li ha fatti a pezzi. Wiens era un geniere ventenne del reparto cinofilo, Cooper un magnifico labrador di quattro anni. Negli annali del Pentagono saranno ricordati come la prima coppia di cane e istruttore «caduti in azione» dal conflitto del Vietnam. Un triste record che non placa il dolore degli amici ma serve a ricordare una tradizione. Quella dei militari cinofili impegnati sui mille fronti. E infatti il caporale Wiens non era per caso nell' unità sminatori della I Brigata. Il suo nome - Kory - era quello del nonno che durante il conflitto in Corea svolgeva la stessa missione: cacciatore di bombe con l' aiuto di un cane. Ai parenti del soldato è sembrato giusto tumulare Kory e il suo «miglior amico» insieme. Perché - ha spiegato un ufficiale - Wiens chiamava il labrador «mio figlio». E in fondo lo aveva allevato come se lo fosse davvero. «Cooper era davvero giovane quando è stato affidato a Kory - ha ricordato il reverendo Ron -. Non conosceva neppure un comando, non era abituato a obbedire, una cosa abbastanza comune con i bambini». Il caporale ha plasmato il cane, addestrandolo a scoprire bombe, insidie, trucchi fino a farlo diventare un animale da guerra. E con altri 578 «dog team» sono partiti. Chi in Iraq, chi in Afghanistan. Un compito difficile quello delle unità cinofile, spesso in prima linea per neutralizzare quella che è la principale causa di perdite nelle forze statunitensi. Il funerale di Wiens a Cooper è stato commovente. C' era l' intera comunità della zona allineata lungo la via che porta al cimitero. A far da scorta i motociclisti della Patriot Guard Riders, un' associazione creata in onore dei caduti. Un picchetto ha sparato 21 salve suscitando i latrati di molti cani che accompagnavano membri delle unità cinofile. C' erano i «dog team» della Marina, dell' Aviazione, dei Marines e quelli della polizia arrivati dopo un invito lanciato su diversi siti Internet. Il reverendo Ron Sutter ha pronunciato una breve orazione funebre per sottolineare la forza del legame tra Kory e il suo labrador. Un vincolo che è la chiave del team e che li ha portati incontro alla morte. «Una fine strana e inusuale - ha commentato un veterano presente -. È raro che muoiano entrambi». Di solito chi ci lascia la pelle è il cane. Tocca a lui fiutare la pista, segnalare la presenza di qualcosa di sospetto. È sufficiente che smuova un po' di terra e la Ied deflagra. Sono ordigni instabili, artigianali. Per questo vengono usati reparti cinofili, spesso accompagnati da robottini cingolati o da poderosi blindati. Ma come ben sanno gli ufficiali sul campo, quelli abituati a mangiare polvere, sono gli occhi dei soldati e la preparazione del cane a fare la differenza. Specie se hai davanti un avversario abile nel mimetizzare se stesso tra la popolazione e nascondere ordigni ovunque, compresa la carcassa di un animale. Un cane addestrato può individuare la minaccia nel 98% dei casi, un dato considerato eccellente dal Pentagono. In Iraq li impiegano anche 12 ore al giorno, garantendogli però una pausa di 48 ore. A Bagdad hanno anche aperto un ambulatorio veterinario che si occupa dei tanti feriti. In genere gli animali sono curati per emorragie, shock da esplosioni, fratture. I cani da guerra costano: circa 3 mila euro. Gli americani e gli israeliani - altro esercito che ne fa grande uso - li comprano in allevamenti europei quando hanno un' età compresa tra i 12 e i 36 mesi. Poi il Pentagono li spedisce alla base di Lackland (Texas) per un corso di 5 mesi. Infine sono pronti per la prova del fuoco. I cuccioloni si trasformano in guerrieri, diventando una cosa sola con i loro istruttori. Batteranno insieme un lungo sentiero che potrebbe non dividersi mai. Così è stato per il caporale Wiens e «sergente» Cooper.
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